Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 08-07-2015, n. 14159 – CASSAZIONE CIVILE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 22048/2009 proposto da:

CASTEL DEL CHIANTI S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA, VIA BASENTO 37, presso lo studio dell’avvocato PLACCO GIOVAN VINCENZO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato EMANUELA CASELLI, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS), in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati CALIULO LUIGI, ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1516/2008 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 11/11/2008 r.g.n. 351/82007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 29/04/2015 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito l’Avvocato PLACCO GIOVAN VINCENZO;

udito l’Avvocato D’ALOISIO CARLA per delega verbale SGROI ANTONINO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilità in subordine rigetto.

Svolgimento del processo

La s.p.a. Castel di Chianti proponeva innanzi al Tribunale di Firenze ricorso in opposizione a cartella esattoriale con cui le era stato ingiunto il pagamento in favore dell’Inps, dell’importo di Euro 99.328,62 a titolo omissioni contributive, accessori di legge e somme aggiuntive, in relazione ad erogazioni c.d. fuori busta corrisposte in favore del dipendente C.G., nel periodo 1/1/98- 31/12/01.

Il giudice adito accoglieva l’opposizione e condannava l’Istituto alla restituzione della somma di Euro 78.496,00 a titolo di capitale contributivo già corrisposto in epoca anteriore alla formazione del ruolo esattoriale.

Detta pronuncia veniva integralmente riformata dalla Corte d’Appello di Firenze che con sentenza 11/11/08 respingeva le domande tutte proposte dalla società con il ricorso introduttivo del giudizio.

La Corte territoriale perveniva a tali conclusioni all’esito della disamina delle acquisizioni probatorie in atti, valorizzando la scritture (schede informali) con le quali si erogavano cospicue somme in favore del C., che, unitamente al comportamento pluriennale assunto dai contraenti, si riteneva rivestissero una vera e propria portata negoziale, idonea ad integrare il complessivo tenore del contratto individuale di lavoro inter partes.

Nella comparazione con tali obiettivi dati, la tesi accreditata dalla società con riferimento alla remunerazione di separati incarichi di consulenza espletati in favore del legale rappresentante, in proprio, era stata scrutinata come inverosimile, anche alla luce di ulteriori dati testimoniali raccolti.

Avverso tale decisione interpone tempestivo ricorso per cassazione la s.p.a. Castel del Chianti affidato ad un unico motivo illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c..

Resiste con controricorso l’Inps.

Motivi della decisione

Con unico motivo si denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ex art. 360 c.p.c., n. 5.

Si critica l’iter motivazionale seguito dalla Corte distrettuale, per aver espresso un giudizio di inverosimiglianza in relazione alla deposizione resa dal teste C., sul rilievo che la semplice scarsa credibilità di un fatto non può di per sè costituire ragione per disattendere la testimonianza che abbia evidenziato la ricorrenza del fatto medesimo. Si reputa altresì affetta da vizio di illogicità, la statuizione con la quale si conferisce rilievo alla deposizione del teste Ca., impiegato amministrativo, che, per le mansioni svolte, non poteva nè doveva essere a conoscenza dell’incarico conferito dal F., in proprio e non quale legale rappresentante della società, al C..

Il motivo è privo di pregio.

Le critiche formulate alla valutazione del materiale probatorio svolta dalla Corte territoriale muovono tutte dalla prospettazione di un difetto di motivazione. Esso, come noto, concerne esclusivamente la motivazione in fatto, in quanto la norma che lo regola, l’art. 360 c.p.c., comma 1, punto n. 5), nella versione di testo applicabile al presente giudizio, consente il ricorso per cassazione solo per “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.

Per consolidato orientamento di questa Corte(vedi ex plurimis, in motivazione, Cass. 21 ottobre 2014 n. 22283) la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione.

Invero il motivo di ricorso ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare il merito viagra pills how to take dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma solo quello di controllare, sul piano della coerenza logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito, al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento, controllarne l’attendibilità e la concludenza nonchè scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti in discussione, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (Cass. 4 aprile 2014 n.8008, Cass. 14 febbraio 2013 n. 3668).

Inoltre con la riforma del giudizio di cassazione operata con la L. n. 40 del 2006, che ha sostituito il concetto di “punto decisivo della controversia” con quello di “fatto controverso e decisivo” il legislatore ha mirato ad evitare che il giudizio di cassazione, che è giudizio di legittimità, venga impropriamente trasformato in un terzo grado di merito (così Cass. n. 18368 del 2013).

Alla stregua dei principi esposti si evidenzia l’infondatezza delle ragioni di doglianza.

Il ricorrente si limita infatti ad esporre un’interpretazione dei dati istruttorì acquisiti a sè favorevole al solo fine di indurre il convincimento del giudice di legittimità che l’adeguata valutazione di tali fonti probatorie avrebbe giustificato l’accoglimento della domanda.

In definitiva, lungi dal denunciare una totale obliterazione di fatti decisivi che potrebbero condurre ad una diversa soluzione della controversia ovvero una manifesta illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune od ancora un difetto di coerenza tra le ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi, si limita a far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito al diverso convincimento soggettivo, proponendo un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti.

Tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Sicchè il motivo in esame si traduce nell’invocata revisione delle valutazioni e dei convincimenti espressi dal giudice di merito, tesa a conseguire una nuova pronuncia sul fatto, non concessa perchè estranea alla natura ed alla finalità del giudizio di legittimità.

Deve infatti rilevarsi che, nello specifico, la Corte territoriale ha reso, nei termini riportati nello storico di lite, una motivazione corretta sul piano logico e coerente con le risultanze processuali esaminate.

Ha, infatti rimarcato che dalla documentazione informale e dai manoscritti acquisiti, era emerso il versamento di cospicue somme al dipendente Cappelli corrisposte “fuori busta”; che il tenore delle scritture, recanti le diciture “oltre lo stipendio” e “premio di produzione” annuale, deponevano nel senso che si trattava di somme corrisposte in relazione all’ambito del rapporto di lavoro subordinato del Cappelli con la società; che la tesi prospettata da quest’ultimo (secondo cui si trattava di compensi corrisposti per attività di collaborazione svolta in favore del sig. F.) era smentita sia dal tenore della documentazione citata, sia dalle ulteriori deposizioni testimoniali raccolte (dichiarazione teste Ca., impiegato amministrativo), non risultando confortata dalla benchè minima traccia documentale. Nell’ottica descritta, del tutto congruo risulta l’iter motivazionale seguito dai giudici del gravame i quali hanno interpretato i dati istruttori acquisiti ritenendoli inidonei a fondare il diritto azionato dalla Castel di Chianti s.p.a..

Tenuto conto del ricordato ambito della facoltà di controllo consentita al riguardo in sede di legittimità, la decisione impugnata non resta, pertanto, scalfita dalle censure che le sono state mosse.

In definitiva, il ricorso non merita accoglimento. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 29 aprile 2015.

Depositato in Cancelleria il 8 luglio 2015

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